Il blog…

Questo blog è uno spazio virtuale per conoscere, approfondire e condividere storie, esperienze, progetti, problemi dei territori che abitiamo dal punto di vista ambientale. Il percorso World Social Agenda 2018-19 si iscrive all’interno dell’Agenda 2030 dell’ONU sugli obiettivi di sviluppo sostenibile e, in particolare, focalizza la sua attenzione sulle questioni ambientali.

Qui sono stati pubblicati gli articoli giornalistici che studenti e studentesse delle scuole secondarie di Padova e Provincia hanno scritto a seguito del lavoro d’inchiesta ambientale sui territori urbani e rurali di appartenenza: sono state investigate le questioni relative alla gestione del territorio e delle risorse acqua, aria, suolo ed energia.

L’attività del blog ha avuto una durata di circa sei mesi, da ottobre 2018 a marzo 2019.

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L’Arcella e il degrado

Siamo 6 ragazzi che abitano all’Arcella e ognuno di noi ha avuto almeno un’esperienza sul degrado e sulla piccola criminalità all’Arcella.

Proprio per questo lo sentiamo come un problema quindi abbiamo cercato delle persone che potessero darci maggiori informazioni e il loro parere sul degrado e sulla criminalità del quartiere.
Siamo riusciti a intervistare una ragazza del posto che lavora in un negozio dell’usato.
Da quest’intervista abbiamo ricavato le seguenti informazioni:
“Dire che all’Arcella ci sia così tanta criminalità è errato per il semplice fatto che è presente,anche con un tasso maggiormente elevato,in altri quartieri .Ma alla fine è risultato che la stazione sia la zona che presenta il maggior tasso di criminalità nel quartiere”.
L’Arcella negli ultimi anni 5 anni ha subito un miglioramento, tuttavia si è abbassata l’età in cui ci si inizia ad approcciare con la “criminalità”.
Per alcuni anziani la presenza di molti extracomunitari è diventata una quotidianità che in un certo senso ha aiutato a sfatare l’idea di straniero come elemento nuovo e quindi potenzialmente pericoloso. Tutto questo è andato a modificare l’assetto di equilibrio che c’era prima.
Può essere che la criminalità abbia influito sul degrado dell’ambiente all’Arcella ma questa pecca dovrebbe essere sistemata a breve con la raccolta porta a porta, un’attività introdotta anche in altre zone da più di 10 anni e che speriamo possa migliorare l’ambiente e attivare un sistema “punitivo” per chi non inizia ad avere un certo comportamento nei confronti dell’ambiente.
Il modo migliore per contribuire a migliorare il quartiere è senza dubbio quello di smuovere la consapevolezza dei cittadini, essa è già funzione anche se procede a rilento.
Emma, Federico, Meng, Tommaso, Federico, Emma

Il nodo idraulico di Padova o “Cunetta del Brenta”

Per approfondire l’argomento “Acqua” ci siamo recati presso il nodo idraulico di Padova o “Cunetta del Brenta” per parlare con un esponente dell’associazione “Brenta sicuro”, Marino Zamboni, e con l’ex sindaco di Camponogara, Alfredo Tamburini.

Le tematiche affrontate durante l’incontro riguardavano i problemi legati ai fiumi del nostro territorio, quindi il Brenta, il Piovego, il Bacchiglione e il Naviglio Brenta con un approfondimento su ciò che è accaduto durante l’alluvione del 1966 attraverso la voce di un testimone, il signor Tamburini.

Uno dei problemi più importanti e di cui si è molto parlato durante la nostra intervista è stato il dissesto idrogeologico.

In alcune zone c’è stato un cedimento arginale dovuto al fatto che i fiumi di cui abbiamo parlato, il Brenta e il Piovego, sono dei fiumi artificiali scavati centinaia di anni fa e gli argini che li contengono sono stati costruiti con materiali non idonei alla tenuta dell’acqua. Di conseguenza i cedimenti sono molto frequenti e gli argini vanno continuamente monitorati e rinforzati. Per lo stesso motivo questi fiumi, incluso anche il Bacchiglione, sono a continuo rischio alluvione. Per esempio nel 2010 l’alluvione del Bacchiglione ha causato l’allagamento del piano terra delle case.

Anche per questo l’associazione “Brenta sicuro” sollecita le istituzioni pubbliche a lavorare sul monitoraggio degli argini. Grazie a loro infatti sono state effettuate delle attività di monitoraggio sia del Brenta che del Bacchiglione nel 2017.

Un altro grave problema è dovuto alla grande quantità di rifiuti che infesta gli argini dei fiumi.

Ad occuparsi di questi rifiuti sono i comuni di competenza che spendono molti soldi nella raccolta di tale spazzatura. Il problema è che, in questo caso, è molto difficile riuscire a dividere la plastica dal secco e di conseguenza il costo per smaltire questi rifiuti è doppio rispetto alla raccolta differenziata. In più durate il taglio degli alberi non si presta attenzione alla spazzatura impigliata tra i rami e di conseguenza questa si moltiplica.

Per fronteggiare questo problema sono nate molte iniziative che raccolgono gruppi di volontari per raccogliere i rifiuti lungo le sponde. Una di queste è l’iniziativa “Amiamo il nostro Brenta” fondata dall’associazione “Brenta sicuro”. Grazie a queste associazioni si possono sensibilizzare le persone sui problemi ambientali ed economici legati ai rifiuti.

Uno dei nuovi progetti più importanti per i fiumi è il completamento dell’idrovia che parte in zona industriale di Padova e continua fino a Vigonovo; lo scopo è farla arrivare fino in Laguna a Venezia.

L’idrovia nasce negli anni ‘60 come via di trasporto merci grazie a delle chiatte che dovevano collegare la Laguna a Padova. Nel 1988, però, è stata chiusa rimanendo quindi incompleta.

Nel 2010, in seguito all’alluvione che colpì il Bacchiglione si decise di riaprirla per farla diventare un canale dove far confluire le acque in caso di alluvione del Brenta/Bacchiglione per evitare l’innalzamento eccessivo del livello dei due fiumi. Si calcola che l’idrovia riuscirebbe a sviare 350m2 al secondo (non pochi)!

Per quanto riguarda invece l’alluvione del 1966, grazie al Signor Alfredo Tamburini siamo riusciti a conoscere molte curiosità sull’accaduto.

L’alluvione iniziò a causa delle abbondanti piogge che colpirono la regione nell’autunno di quell’anno che causarono la rottura degli argini del Brenta per via della grande quantità d’acqua che dovevano contenere. L’acqua si diresse quindi verso Lova superando gli argini del “Fiumazzo”, il canale che collega la Laguna a Corte, e allagando tutti i paesi limitrofi.

A quel punto, per riuscire a far defluire l’acqua che aveva inondato le campagne e le città si decise di tagliare gli argini del Brenta nel punto dove inizia la deviazione che dalla Romea porta a Padova. Per fare ciò serviva della dinamite per riuscire a far saltare la parte di argine che dava sulla Romea, ma l’esplosivo doveva essere portato da Udine.

Nel frattempo il livello dell’acqua si stava alzando sempre di più e i cittadini di quelle zone si unirono per alzare gli argini con dei sacchi di sabbia per evitare che l’acqua esondasse ancora. All’arrivo della dinamite si fece esplodere il punto prestabilito e l’acqua poté quindi defluire verso la Laguna.

Grazie a questa intervista siamo riusciti a dare maggior peso alle problematiche legate ai fiumi e a capire che il nostro territorio è strettamente legato al loro corso e alla loro storia.

Secondo noi questo lavoro è stato molto utile e significativo, ci ha fatto riflettere in primis sull’ambiente e più approfonditamente sulle tematiche riguardanti il fiume Brenta. La domenica che abbiamo incontrato, Marino Zamboni e Alfredo Tamburini è stata una giornata stupenda, abbiamo camminato lungo le sponde del fiume Brenta e abbiamo intervistato i due signori. Alla fine ci hanno regalato una maglia di colore azzurro.

Mattia Foglia, Nicola Salvan, Alessandro Vettore, Marialetizia Zanella, Youssef Zitoune

BIOMASSE: L’ENERGIA MALEODORANTE, PER ORA…

Alcuni quartieri di Limena sono inondati quotidianamente da odori sgradevoli.

La causa?

Gli impianti di biogas presenti sul territorio.

Per la popolazione dovrebbe esserci un grande beneficio dal momento che questi impianti producono energia ad impatto zero. Dall’altra parte, anche per un imprenditore agricolo, ci sono numerosi vantaggi: l’eliminazione dei liquami e di rifiuti agricoli è meno costosa e c’è un ritorno economico.

Tuttavia, è chiara la preoccupazione per una situazione come questa, in particolare laddove si consideri che non c’è una chiara normativa che imponga l’analisi del digestato, sottoprodotto dell’impianto di biogas usato come ammendante in agricoltura.

Se è vero infatti che un cattivo odore non rappresenta necessariamente un pericolo per la salute, è comunque vero che può interferire pesantemente con il benessere delle persone in quanto impianti ben progettati, e correttamente condotti, non dovrebbero essere fonte di cattivi odori.

Cosa fare allora?

L’Assessore all’Ambiente del Comune di Limena Maurizio Martinello, considerati tutti i vantaggi sopra elencati, pensa sia ragionevole proporre ai gestori dell’impianto una trattativa finalizzata ad una manutenzione più certosina e forse ad un possibile spostamento dell’attuale impianto, oggi situato troppo vicino alle abitazioni.

Alberto Cappellaro, Marco D’Erchia, Sofia Rampazzo, Francesca Regis, Ilaria Vettore

QUANTO NE SANNO I RAGAZZI SULL’INQUINAMENTO ATMOSFERICO?

È stata condotta un’indagine statistica sul tema dell’inquinamento atmosferico, ed è stato sottoposto ad una popolazione statistica di 36 ragazzi tra i 15 e i 20 anni
La prima domanda trattava di un tema molto attuale, ovvero l’elettro smog, il quesito chiedeva alla popolazione statistica che cosa fosse, il 65,7% della popolazione sa che cos’è l’elettro smog, ovvero l’inquinamento provocato dalle radiazioni dovute alle reti Wi-Fi e alle radiazioni degli elettro domestici.
La seconda domanda parla dell’oggetto del trattato di Kyoto. Il 66,7% della popolazione statistica ha presente qual’è il trattato di Kyoto, ovvero il surriscaldamento e ridurre l’emissione di CO2.
La terza domanda entrava nello specifico del protocollo di Kyoto, infatti chiedeva quali erano le uniche due nazioni a non averlo firmato. Il 38,9% degli intervistati ha risposto Cina e Russia dando la risposta sbagliata, solo il 19,4% della popolazione statistica ha risposto USA e Kazakistan, che effettivamente sono le uniche due nazioni a non aver firmato il protocollo, questo fatto ci ha fatto molto riflettere, e ci siamo posti la seguente domanda: Perchè un paese così industrializzato e ricco di ideali come gli Stati uniti no dovrebbe aver firmato un protocollo per salvaguardia del nostro pianeta?
Il quarto quesito entrava nel merito di un vincolo del protocollo di Kyoto, per cui la domanda trattava la Joint implemation, gli intervistati si sono distribuiti omogeneamente sulle tre opzioni date, ma la quota che emerge, se pur per poco, è il 36,1% degli intervistati che hanno risposto che la Joint implamation è un meccanismo flessibile per far rispettare il protocollo di Kyoto alle nazioni che lo hanno firmato.
La quinta domanda chiede se l’Italia rispetti il trattato di Kyoto, il 58,3% degli intervistati ha affermato che la nostra nazione rispetta il protocollo , ma di fatto non è così basti pensare che i capoluoghi italiano sono tra i più inquinati d’Europa.
La sesta, chiede cosa sia il trattato di Rio, il 41,7% della popolazione statistica ha risposto che il trattato di Rio è un trattato per ridurre l’emissione di CO2 per tutte le nazioni dell’America Latina, ma solo il 22,2% ha dimostrato di sapere che cosa fosse il trattato di Rio, ovvero il trattato antecedente a quello di Kyoto.
La settima domanda chiede cosa fosse il trattato di Montreal, il 50% degli intervistati ha risposto correttamente, ovvero, che questo trattato internazionale è volto a ridurre l’uso e il consumo dei prodotti che nuocciono allo strato di ozono.  In seguito a questo sondaggio abbiamo potuto apprendere che la maggioranza di ragazzi sa di che cosa trattino i vari protocolli internazionali, quindi possiamo affermare che i ragazzi della nostra età siano coscienti di quello che capita nel modo riguardo l’inquinamento atmosferico.

Il fenomeno del Gas Radon: il gas “maledetto” che persiste nei Colli Euganei

Il radon: non si vede, non si sente, ma è importante, in quanto è nocivo per la salute. Si tratta di un gas inodore e incolore che spesso si trova nelle nostre case. Costituisce la sorgente più importante di radiazioni negli edifici ed è molto pericoloso se inalato. Generato da alcune rocce della crosta terreste (lave, graniti, tufi, pozzolana) in seguito al decadimento del radio226 (derivato dall’uranio 238), il radon è un gas classificato come elemento cancerogeno dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro.

Per la sua pericolosità, il radon è secondo solo al fumo di tabacco come causa dei tumori polmonari.

Le sostanze radioattive prodotte da questo gas, veicolate nel corpo umano tramite particelle di fumo, vapore acqueo o polveri, a livello polmonare si fissano ai tessuti e continuano a emettere radiazioni. Queste ultime agiscono a livello cellulare e possono causare danni irreversibili.

In Italia questo gas provoca in modo silente ben 1.5001.600 vittime all’anno.

Oggi studi scientifici dimostrano che il rischio di tumore polmonare aumenta proporzionalmente alla concentrazione di radon e alla durata dell’esposizione ed è molto più alto tra i fumatori.

 

Come agisce e si espande questo gas nelle abitazioni? Dal suolo penetra all’interno degli edifici soprattutto per la differenza di pressione tra questi e l’ambiente circostante. Dunque colpisce in superficie, visto che la concentrazione del radon diminuisce con l’altezza dal suolo.

 

Il comune dove finora è stato messo in atto il maggior numero di bonifiche è a Cinto Euganeo, in provincia di Padova.

Facendo un’indagine proprio con alcuni dei cittadini di Cinto Euganeo, 2 persone su 3 conoscono il fenomeno di questo gas e la sua pericolosità, ma non sanno come si comporta. Questo gas agisce nel territorio euganeo da moltissimo tempo, come ci testimonia una signora del luogo. Infatti, già dagli anni della Seconda Guerra Mondiale, persiste questo “gas maledetto”, soprattutto nel Monte Venda, dove molti soldati si ammalavano e morivano, per mancanza di cure e conoscenze. Finora si sa che il radon nel Monte Venda ha ucciso 119 militari dell’Aeronautica. Ma si contano anche 48 malati, alcuni dei quali potrebbero finire sulla lista dei morti.

Quali potrebbero essere le soluzioni per limitare, o addirittura eliminare, questo pericoloso problema? Per rispettare il limite di 300 Bq/m3 di radon, imposto dalla nuova direttiva europea, secondo stime dell’Istituto superiore di sanità, bisognerà bonificare il 2% delle abitazioni italiane, compreso il Veneto. Ma poiché non è possibile individuare i singoli edifici a rischio, la valutazione della concentrazione del gas negli ambienti in cui si vive andrebbe fatta da tutti. Per farlo basta una scatolina con un rettangolino di un materiale plastico (il CR-39), sensibile alle tracce lasciate dalle radiazioni. L’operazione costa poche decine di euro. Il rilevatore va, poi, tenuto in casa per 12 mesi, così da tenere conto delle variazioni stagionali. Al termine di questo periodo va rimandato al mittente, che fornirà l’esito della misura. Di solito, almeno l’80% di radon presente negli ambienti chiusi deriva dal sottosuolo e con le tecniche adeguate, si può scendere anche sotto i 100 Bq/m3. Un primo intervento consiste nel bloccare le vie di ingresso del gas, sigillando (con materiali al silicone, malta di cemento, membrane impermeabili o anche carte da parati) le crepe presenti su pavimento e pareti verticali, i fori e le fessure. Tuttavia, questa misura va accompagnata da altri provvedimenti, come la ventilazione del vespaio, lo spazio che isola il pavimento dal terreno, che però non è presente in tutti gli edifici. I sistemi più efficaci, però, sono quelli che convogliano i gas radioattivi fuori dall’edificio. Sono costituiti da pozzetti, profondi un paio di metri e scavati sotto le fondamenta, collegati a tubi che percorrono la casa dal basso verso l’alto.  Si può inoltre procedere alla sostituzione di materiali che emettono radon come per esempio il tufo, le lave e la pozzolana, il granito e il gesso.

Martina Bizzotto, Tomas Ongaro, Laura Codogno, Riccardo Patella, Riccardo Ugolini Galeazzo.

Ambiente e territorio a Limena: intervista all’Assessore Martinello

Ambiente e territorio a Limena: intervista all’ Assessore Martinello

Lunedì 25 marzo, intorno alle 15.15, noi ragazzi della classe 1F del liceo “E. Curiel” siamo andati presso il Comune di Limena per intervistare l’Assessore all’Ambiente Martinello, il quale ci ha accolti gentilmente nel suo ufficio. Dopo le presentazioni, un nostro compagno ha cominciato l’intervista di cui ora proponiamo un riassunto.

Sollecitato dalla domanda del nostro compagno riguardo la situazione ambientale e urbanistica di Limena, l’Assessore ha introdotto l’argomento facendo una breve analisi storica sullo sviluppo di Limena dal boom economico degli Sessanta a oggi. Ha spiegato che in seguito all’aumento demografico della città di Padova e quindi l’espansione della sua zona residenziale, le industrie precedentemente collocate in quelle aree si sono progressivamente trasferite al di fuori dei confini cittadini, e più precisamente a Limena, dove si sono creati due poli industriali: uno a nord e uno a sud. Tra questi due poli, il più grande è quello a sud, dove si sono trasferite molte industrie limenesi lasciando spazi recuperabili per l’edilizia. L’Assessore ci ha tenuto a ribadire che la costruzione di nuove case e degli impianti industriali sono stati eseguiti cercando di rispettare le regolamentazioni per la tutela ambientale (per esempio rispettando la distanza minima tra l’edificio e i fiumi che circondano Limena ossia il Brenta e il Brentella).

Successivamente il nostro compagno ha portato la conversazione verso il tema delle catastrofi ambientali che hanno colpito Limena. Martinello ha spiegato che ci sono state due alluvioni vere e proprie: quella del 1882 in seguito alla quale il letto del Brenta è stato modificato e quella del 1996. Da quest’ultima alluvione si è capito che era necessario fare di più per proteggere il territorio da questi fenomeni. Un’ importante opera in questa direzione è stata la costruzione della chiusa in corrispondenza del Ponte della Libertà che permette di controllare il flusso d’acqua del Brentella. Dopo il ’66 non si sono più verificate alluvioni così drammatiche, ma la zona è stata comunque interessata da esondazioni (si pensi al 2004 e al 2010) dovute soprattutto al mancato completamento di opere per il deflusso idrico nella zona di Limena al confine con Padova. Infine L’Assessore si è soffermato sull’evento eccezionale del 2018, definendolo come una vera e propria “bomba d’acqua”: in appena un’ora si sono accumulati 72 mm di acqua. L’Assessore ha denunciato il fatto che Limena, trovandosi ai confini di due consorzi, è svantaggiata poiché essi preferiscono investire per la salvaguardia di centri urbani più grandi come Cittadella e Piazzola.

Rimanendo in ambito ambientale, il mio compagno ha successivamente chiesto all’Assessore Martinello un chiarimento sulla vicenda del presunto disboscamento nella zona del Tavello. L’Assessore ha precisato che non si è trattato di un disboscamento ma di un abbattimento non consentito che potè avere luogo solo a causa di un malinteso. I pioppi in questione, infatti, erano stati piantati in una zona di confine tra Limena e Piazzola, così da interessare entrambi i comuni. L’azienda incaricata di eseguire l’abbattimento ha avvisato soltanto il Comune di Piazzola lasciando l’amministrazione di Limena disinformata.  A detta dell’Assessore, la giunta di Limena si sarebbe opposta al taglio di questi alberi poiché la zona, censita SIC Natura 2000, è da salvaguardare e da proteggere dal punto di vista ambientale.

Gilberto Mason, Andrea Masiero, Nicolò Bano, Lorenzo Elardo, Davide Tropeano, Antonio Sandu

Cinghiali sui Colli Euganei

Una invasione ormai sfuggita di mano o ancora gestibile?

In quindici anni il Parco Colli Euganei ha catturato quasi 8200 cinghiali, e probabilmente almeno altri 6 mila sono tuttora liberi di scorrazzare da Este a Montegrotto Terme. I cinghiali oggi rappresentano una delle piaghe più fastidiose dei Colli Euganei: devastano i vigneti di Vo’, ripuliscono i campi dei “bisi” di Baone, causano continui incidenti lungo strade urbane ed extraurbane e creano seri problemi alla vegetazione dei boschi euganei, spontanea e coltivata; inseguono, inoltre, le più pregiate colture dei colli, si riproducono con numeri esorbitanti e sfuggono ad ogni tentativo di controllo. Oltre agli evidenti problemi arrecati alla popolazione, vi è un grave rischio anche per le altre specie animali che popolano il territorio, sia per eventuali attacchi, che per le malattie che i cinghiali veicolano. In merito a questi avvenimenti le istituzioni non sono ancora intervenute per risolvere la  situazione.

Noi studenti della classe Quinta di Accoglienza turistica dell’Istituto alberghiero di Abano, per comprendere meglio i termini del problema, il giorno 6 marzo, abbiamo organizzato un’intervista con il presidente della Coldiretti Padova, Massimo Bressan, per discutere con lui sui vari problemi causati da questi ungulati nel territorio dei Colli Euganei, dove ogni anno si registrano danni a coltivazioni, auto ed abitazioni, ed insieme al presidente Bressan abbiamo analizzato il problema e cercato delle possibili soluzioni.

L’intervista è iniziata con una domanda sul perché non si è intervenuti subito per arginare il problema cinghiali, importati dall’est Europa, e di chi sono le colpe. Dopo aver salutato cordialmente l’intervistatore il presidente inizia a rispondere alla domanda spiegando il motivo per cui vi è questo gran numero di cinghiali che causano problemi: se non ci sono predatori i cinghiali si riproducono di continuo. Una soluzione, ci dice il presidente, è quella di trovare un equilibrio numerico di cinghiali in modo tale che non si creino danni alle colture, in questo modo si attiveranno sia Parco sia Regione.

A livello economico ci viene riferito che i cinghiali causano molti problemi, in quanto i cinghiali provocano incidenti stradali, rovinano il terreno apportando problemi ai contadini, portandoli a perdere il loro raccolto nel giro di pochi giorni (vengono citati come esempio i piselli IGP di Baone). A causa di ciò viene chiesto se si sia pensato di concedere a questi sfortunati coltivatori un indennizzo e la risposta è stata  che un tempo vi era questa somma di denaro, ma col tempo vi sono stati dei tagli che hanno portato ad eliminare questi soldi, ma si pensa di poter trovare, a livello nazionale e comunitario, dei fondi per aiutare questi contadini danneggiati.

In riferimento ad un dato recente, dove più di mille cinghiali sono stati abbattuti, viene chiesto quali soluzioni si intendano attuare per ridurre il numero di animali presenti, che nonostante tutto rimane elevato. Ci è stato detto che si sta cercando di trovare un equilibrio tra le varie esigenze, in modo tale da raggiungere una convivenza accettabile, senza eliminare del tutto l’esistenza dei cinghiali, inoltre viene aggiunto che per questo problema non è ancora tardi per agire.

A livello sanitario viene chiesto se i cinghiali sono appunto portatori di malattie. Il presidente risponde subito dicendo che possono essere portatori di malattie per alcuni animali, ma per adesso non risulta portino malattie per l’uomo.

Per concludere viene chiesto al presidente di esporre la sua idea in merito alle battaglie dei naturalisti i quali propongono soluzioni alternative alla decimazione degli animali. Egli ci ha risposto che colture, aziende e cittadinanza sono impegnate a risolvere il problema sfuggito di mano, non si “ammazzano” i cinghiali per divertimento, ma per mantenere una condizione di equilibrio e per evitare situazioni di pericolo per tutti.

Masiero, Quercioli, Codogno, Caldarella

LO “SVILUPPO” URBANISTICO DI ABANO TERME

L’Assessore ai lavori pubblici del comune di Abano Terme risponde alle domande degli studenti della classe V di Accoglienza Turistica del “Pietro d’Abano” allo sviluppo urbanistico del territorio

Le città di Abano e Montegrotto Terme, essendo in una posizione strategica: comode alle stazioni ferroviarie che consentono in pochi minuti di arrivare sia a Padova che a Venezia, e allo stesso tempo particolarmente tranquille e sorvegliate, attirano molte giovani coppie e non, che desidererebbero abitare in queste località. Una tale notevole richiesta di abitazioni comporta un’alta edificazione di abitazioni. Lo scopo del nostro progetto è quello di comprendere come gli organi istituzionali di queste località gestiscono gli spazi e come sfruttano il suolo.

A tal proposito abbiamo deciso di intervistare l’Assessore ai lavori pubblici del Comune di Abano Terme, Gian Pietro Bano, il quale ci ha ospitati presso la sede del municipio di Abano, presentiamo qui l’esito di questa intervista.

FACCIAMO CHIAREZZA SUI TERMINI

Si parte con una definizione di “standard urbanistici”. Si intende quanti metri quadri di verde ci vogliono per ogni metro cubo di cubatura. Questo cambia per ogni situazione, negli alberghi si parla di posti letto, mentre per le abitazioni si parla di metri cubi.

RAPPORTO TRA DOMANDA E OFFERTA DI ABITAZIONI

Il rapporto tra domanda e offerta dovrebbe essere diretto. Secondo la legge di mercato, tutte le case che vengono costruite a seconda di una specifica domanda e questo processo viene controllato dallo strumento urbanistico. In realtà i tempi di progettazione e di sviluppo sono diversi. Ciò significa una disperata corsa all’edificazione con la speranza da parte delle imprese di riuscire a vendere le abitazioni in tempi veloci per trarne profitto. Queste costruzioni causano un fortissimo impatto sull’ambiente, che viene attenuato grazie ad una pianificazione territoriale precisa ed organizzata.

DOMANDA E OFFERTA DI ABITAZIONI NEL NOSTRO TERRITORIO

Attualmente nelle città di Abano Terme e Montegrotto Terme ci sono più di un migliaio di abitazioni già costruite ma rimaste invendute, formando nuovi sotto-quartieri disabitati. Tutte queste costruzioni non si riescono a vedere perchè ci troviamo in una zona che, grazie alla sua posizione, vede i prezzi delle abitazioni molto più alti rispetto alle zone periferiche. Le persone non avendo sufficiente disponibilità economica, si orienta a comperare dove costa meno.

LA FUNZIONE DEL PIANO REGOLATORE

Il termine piano regolatore oggi è un termine in disuso che è stato sostituito con PIANO DI ASSETTO DEL TERRITORIO che si compone dell’impronta generale e del piano degli investimenti.

Il piano di assetto del territorio si basa su tanti aspetti, di base ci si pone due domande: che città vogliamo avere? Che esigenze hanno i nostri cittadini? Riflettendo sulla risposta a queste due domande si va formare il piano di assetto, lavorando sugli standard, sulla qualità, sugli spazi pubblici e su quelli privati.

ESISTE UNA POLITICA EDILIZIA PER I GIOVANI?

Oggi non esistono delle politiche specifiche nel nostro territorio finalizzate a favorire la permanenza delle giovani coppie. Gli incentivi sull’acquisto della prima casa, gli affitti agevolati, sono di carattere generale simili a quelli diffusi su tutto il territorio nazionale.

UN UTILIZZO MIGLIORE DEL SUOLO

Anche grazie ad una recente legge regionale, oggi si parla di riduzione dell’utilizzo del suolo pubblico e del suolo in generale. Ci si concentra  sulle situazioni già edificate e magari abbandonate, quindi si cerca al massimo di riutilizzare gli spazi già compromessi e di non impegnare nuove situazioni vergini e terreni agricoli. La recente legge regionale sul consumo del suolo ha ridotto del 47% le superfici edificabili previste dal nostro piano regolatore (così come per tutti comuni del Veneto).

COSTRUIRE O RECUPERARE?

In una situazione in cui abbiamo molteplici case vecchie e abbandonate, alberghi dismessi che non vengono utilizzati la strada migliore per il futuro sarà sicuramente il recupero della superficie già edificata, la domanda che l’amministratore si pone è relativa alla modalità del recupero, vi sono, infatti, due opzioni: abbattere gli edifici recuperando i terreni, ristrutturare ciò che già esiste; in tal modo si evita di utilizzare ulteriore terreno vergine e nel contempo si fornisce un’immagine positiva del territori.


NOSTRE RIFLESSIONI CONCLUSIVE

La città è il luogo principale per cui le persone agiscono per interessi propri e non comuni. Continuare ad edificare nuove abitazioni e continuare ad abbandonarne altre non è la soluzione giusta per permettere a tutti i cittadini di abitare in una determinata zona. Non tutti hanno possibilità economiche tali da permettersi di acquistare una nuova casa ai prezzi che vengono proposti.

Pensiamo che, per soddisfare le necessità di tutti, basterebbe “rimodernare” le vecchie strutture abbandonate per poterle adibire a spazi di interesse comune, oppure lasciate in mano ad enti, come comunità, per poter garantire un tetto sopra la testa a tutti coloro che ne necessitano. Questa esperienza ci ha fatto capire quanto  le realtà che ci circonda siano diverse da come noi le percepiamo. Il territorio deve essere conservato e non deturpato, preservandolo per il futuro.

Cerato, Galeazzo, Inzaghi, Iuliano 

VENETO: EMERGENZA PFAS

Problema gravissimo che non si può più ignorare.
Acqua inquinata: vera minaccia per i cittadini.

Il nostro gruppo ha deciso di occuparsi del problema riguardante i PFAS, cioè sostanze chimiche prodotte industrialmente e utilizzate prevalentemente in campo industriale per la produzione di impermeabilizzanti.

Queste sostanze vengono utilizzate ormai da 50 anni, ma ancora non si hanno conoscenze certe in materia, soprattutto riguardo ai problemi che possono provocare legati alla salute.

Per approfondire il tema abbiamo deciso di intervistare Filippo Squarcina, Responsabile Servizio Ambiente presso la provincia di Vicenza.

Venerdì 8 marzo, quindi, da Padova, abbiamo preso il treno per andare a Vicenza, dove, all’interno di palazzo Nievo, abbiamo intervistato il responsabile Squarcina.

La paura che si ha, ha ammesso durante l’intervista Squarcina, è proprio quella di non sapere nulla al riguardo, anche se il problema è stato scoperto nel 2013 e quindi già cinque anni fa.

La Regione Veneto e l’ASL, ha continuato il responsabile, stanno approfondendo il tema, investendo molte risorse per studiare queste sostanze.

Si imputa l’inquinamento a una società di Vicenza, ormai chiusa, la quale ha subito un provvedimento presso la Procura della Repubblica e una sanzione da 3 milioni di euro.

Da quando è stato scoperto questo inquinante, gli enti gestori degli acquedotti hanno installato dei filtri per evitare che le sostanze vengano assorbite, tramite l’acqua, dai cittadini. Dal punto di vista ambientale, invece, dal 2013 è stata avviata un’azione di bonifica per bloccare la contaminazione all’interno del sito vicentino e all’interno della fabbrica stessa, per poi, in seconda fase, eliminare l’inquinante da queste due zone. Questa azione di bonifica è comunque in continua evoluzione essendo una sostanza ancora poco nota.

La falda che è stata inquinata da queste sostanze ha interessato la zona ovest della Provincia, quindi Vicenza, Verona e Padova verso Montagnana.

Abano e Montegrotto, ci ha assicurato il responsabile ambientale di Vicenza, non corrono nessun rischio di inquinamento da PFAS.

Abbiamo quindi realizzato una seconda intervista questa volta coinvolgendo il Sindaco del Comune di Abano Terme, Federico Barbierato, per approfondire meglio il problema dei Pfas nel nostro territorio e, soprattutto, per sapere se il nostro Comune è a rischio o meno nell’essere contaminato da tali sostanze nocive.

Il Sindaco ha iniziato sottolineando come le acque di Abano Terme siano sicure, la città è infatti certificata EMAS (acronimo di Eco-Management and Audit Scheme nonché strumento creato dalla Comunità europea che valuta e migliora le prestazioni ambientali). Lo scopo dell’EMAS è cercare di realizzare uno sviluppo economico sostenibile, mettendo in rilievo il ruolo e le responsabilità delle imprese.

Abano Terme segue rigorosi standard di gestione ambientale che garantiscono la sicurezza sia delle falde acquifere che dell’ambiente circostante. Il Sindaco ha affermato come l’ultimo prelievo effettuato durante l’anno escluda ogni tipo di contaminazione e mostri come tutti i valori siano nella norma.

Ha continuato poi sottolineando come la certificazione EMAS serva a rassicurare i cittadini e sia un fattore distintivo per la città che deve sponsorizzare e valorizzare un prodotto importante come il fango terapico, elemento caratterizzante dei comuni termali e fondamentale per l’economia del territorio basata sul turismo.

Ci è stato inoltre assicurato di come i controlli vengano continuamente svolti nonostante questa non sia una zona rossa, ovvero a rischio. Queste precauzioni sono state prese poiché alcune zone della vasta area compresa tra Vicenza, Verona e Padova sono state pesantemente contaminate.

Infine abbiamo fatto presente di come i PFAS siano nocivi per l’organismo umano, il Sindaco, a conoscenza delle conseguenze, ha subito fatto notare come nelle zone rosse, alcuni dati riportino un aumento increscioso di aborti e infertilità maschile, che gravano sulle già poche nascite del territorio.

Simone Zuppa, Lara Donolato, Rachele Minio, Daniel Celeghin

 

ACQUA TERMALE REFLUA? QUALE MIGLIOR STRUMENTO! “Montegrotto Terme all’avanguardia: l’acqua termale per il riscaldamento pubblico e privato.”

Montegrotto Terme – Il progetto basato sul riscaldamento delle abitazioni private e degli uffici pubblici, sfruttando l’energia derivante dalle acque reflue termali, è tutt’ora in evoluzione. L’idea di tale progetto nasce durante la campagna elettorale dell’odierno Sindaco di Montegrotto Terme, Riccardo Mortandello e dalla percezione dei cittadini, del calore imprigionato all’interno del proprio territorio, soprattutto nella stagione invernale come si può vedere da tombini e canali che fumano.  Il passo successivo è stato quello di prendere contatti con diversi dipartimenti dell’Università di Padova per poi poter ragionare sulla risorsa geotermica del comprensorio euganeo.

Il progetto, ideato nel 2018, è tenuto tutt’ora in considerazione ma, a causa dei tempi di progettazione molto lunghi e di alcune lentezze burocratiche, potrebbe volgere a termine anche dopo la legislatura di Mortandello.

Relativamente a questo progetto noi studenti della classe Quinta di Accoglienza Turistica dell’Istituto alberghiero Pietro D’Abano, abbiamo intervistato il primo cittadino, il Sindaco Riccardo Mortandello, che ci ha illustrato quali potrebbero essere i vantaggi di questo piano:

  1. innanzitutto consentirebbe di ottimizzare il consumo della fonte termale e di utilizzare il calore di quella reflua
  2. aiuterebbe poi a ridurre l’anidride carbonica (fonte inquinante) prodotta dal riscaldamento di edifici pubblici e case private, grazie ad una centrale di geotermia (proprio come alcuni hotel della zona),
  3. un ulteriore vantaggio è legato al fatto che la  riduzione nella produzione di anidride carbonica porterebbe la nostra destinazione turistica a proporsi nel mercato come destinazione GREEN, requisito tenuto molto in considerazione dal turista quando sceglie la destinazione del proprio viaggio.
  4. un ultimo, importante, vantaggio di questo progetto – spiega il primo cittadino – “Consiste nel risparmio che si otterrebbe: lo studio stima un vantaggio economico dai 6 a ai 12 milioni di euro l’anno e dai 20 ai 40 in tutta l’area euganea e rientrerebbe, a pieno, negli obiettivi del progetto Europa 2020 superando la riduzione di gas di oltre il 20% come prefissato per la nostra comunità”.

Il progetto è replicabile in altre destinazioni turistiche ed è preso in considerazione dall’Europa, che per questo è più propensa a finanziarlo.

Arrivati, dunque, al termine di questa indagine, ci siamo resi conto dell’importanza che questo progetto ha ed il valore degli obiettivi e delle riflessioni che vi stanno dietro. Dall’incontro con il Sindaco, figura molto disponibile e propensa al miglioramento e allo sviluppo della zona in cui opera, abbiamo avuto modo di realizzare, specialmente dopo le sue parole, la difficoltà nella realizzazione di questo progetto ma, nonostante ciò, anche la sua valenza. La destinazione turistica delle Terme Euganee necessita di qualcosa che, con l’odierno sviluppo di un turismo sempre più improntato sul green e sulla sostenibilità ambientale, la valorizzi e che, come si spera, le faccia riacquistare quel tale successo che aveva negli anni passati. Un progetto come questo, vede la sinergia di molte  persone rappresentanti delle varie istituzioni locali (comuni, associazioni di categoria ecc…), le stesse sono fiduciose nel portare a termine questo importante progetto e noi, avendo avuto l’opportunità di avere dei contatti diretti con una di esse, lo siamo altrettanto. Sappiamo non si tratti di un’azione semplice e veloce, ma siamo convinte della bontà dell’iniziativa e abbiamo osservato da vicino la determinazione di chi, da molto tempo, sta portando avanti questa importante iniziativa.

Lunardi, Giacomini, Boffo, Mugler